Escursione autunnale sull'Alpe di Villandro

Nello scorso novembre, dopo mesi di assenza, ho deciso di tornare in Alto Adige per trascorrere due giorni in montagna. È stata per molti versi una prima volta, anche se sono spesso andato da solo in montagna. Ma non fino a qui. Non "da solo" in tutti i sensi possibili.

Ho deciso di fare un'escursione sull'Alpe di Villandro, di cui mi avevano parlato un paio di inverni fa, mentre pranzavo con mia moglie alla Gampenalm, in Val di Funes. Ci siamo stati la prima volta lo scorso inverno, con amici, per una brevissima passeggiata, con poca neve ma con gli occhi pieni di un panorama spettacolare sulle Dolomiti.

Per questo ho deciso di tornare qui, anche se nell'unica giornata a mia disposizione il tempo non prometteva nulla di buono ed ero molto incerto. Volevo godermi quel panorama che ricordavo, ma sapevo che non ne avrei avuta la possibilità.

Mi ha mosso altro: c'è una bellezza particolare nelle giornate che molti considerebbero "sbagliate". Quelle giornate di pioggia leggera e nebbia fitta che svuotano i sentieri e trasformano i paesaggi in qualcosa di più intimo, quasi segreto. Era quello che cercavo, con la speranza che la pioggia non infierisse troppo.

Il silenzio dorato dell'Alpe di Villandro

Dal rifugio Gasser, dove ho lasciato l'automobile (unica in tutto il parcheggio), parte il sentiero numero 6, una comoda strada sterrata che attraversa tutta l'Alpe di Villandro. La pioggerella era leggera, quasi una presenza discreta, e la nebbia avvolgeva tutto in una luce ovattata. L'erba autunnale aveva assunto quel colore oro intenso, saturo, che solo questa stagione sa regalare. Camminare in quel paesaggio dorato, immerso nel silenzio e nella nebbia, dava la sensazione di trovarsi in un mondo sospeso, dove il tempo scorre lentamente.

Non c'era nessuno sul sentiero. Solo io, la pioggia leggera, il suono di un ruscello che scende veloce, formando piccole cascatelle tra le pietre, e quel senso di pace profonda che la montagna sa dare quando decide di accoglierti.

La chiesetta del Morto

La chiesetta appare in lontananza, all'improvviso, piccola e bianca, solitaria sul crinale che separa l'alpe di Villandro dalla Val Sarentino. È un luogo che porta con sé una storia antica: secondo la leggenda, alcuni abitanti di Villandro si rifugiarono lì durante un'epidemia di peste. Una versione dice che morì un servo che non vollero seppellire per paura del contagio, un'altra che il luogo commemora "l'ultimo morto di peste". Più probabilmente fu costruita nel Medioevo dai minatori (fino al XVI secolo c'era una miniera attiva in quella zona).

C'è qualcosa di commovente in questa piccola costruzione isolata, testimone silenziosa del passaggio di generazioni di montanari. Nella nebbia, con il silenzio intorno, il luogo assume un carattere ancora più intenso, quasi sacrale.

Da qui decido di scendere sul versante opposto, verso la Val Sarentino, ignorando un minaccioso cartello "solo escursionisti esperti". Non che mi ritenga tale, ma non sembrano esservi pericoli, nebbia a parte.

Tre laghetti e il silenzio dell'autunno

Ho una strana e magnifica sensazione: quella della libertà assoluta. Il tempo è stabile, qualche goccia ma non c'è pericolo di temporali, non ho appuntamenti, scadenze, nessuno mi aspetta: voglio solo vivere questa solitudine, godermi questa montagna così generosa. I tre laghetti di Seeberg sono disposti come perle in una conca naturale, circondati da boschi di larici e abeti. Quando arrivo, le nuvole si muovono lente sopra l'acqua, creando giochi di luci e ombre che cambiano continuamente il paesaggio.

Trovo una panchina con vista sui laghetti e mi fermo a mangiare.

Il silenzio è quasi irreale. Non c'è vento, non ci sono voci, solo il suono lontano dell'acqua che scorre. Le nuvole si alzano per pochi istanti e rivelano i boschi sul versante opposto, poi tornano a coprire tutto. I colori autunnali – l'oro dell'erba, il verde scuro degli abeti, il grigio delle rocce – si fondono in una tavolozza delicata.

Resto a lungo, assaporando quella quiete. Sono momenti rari, in cui la montagna ti regala una solitudine che non è mai vuota, ma piena di presenza. Era esattamente quello che cercavo.

Il lago al Morto: magia nella nebbia

Torno sui miei passi risalendo verso la chiesetta e prendo il sentiero 2A che porta al lago al Morto. Il nome stesso porta con sé un mistero, una storia di acque immobili e silenzi profondi. E quando il lago appare, inaspettatamente, materializzandosi nella nebbia, resto senza parole: davanti a me c'è uno specchio d'acqua scura, circondato da larici e avvolto in una nebbia che sembra non volersene andare mai. L'atmosfera è magica, quasi fuori dal tempo. Le nuvole scendono e salgono continuamente, e il lago sparisce e riappare in un gioco continuo. Per pochi secondi riesco a vedere la sponda opposta, poi tutto torna bianco. L'acqua è perfettamente immobile, riflette il cielo basso e i rami spogli dei larici.

Mi fermo a lungo sulla riva. C'è qualcosa di ipnotico in questo luogo, una bellezza che non è scenografica ma profonda, che chiede di essere contemplata in silenzio. Mi sposto per cercare un punto di vista da cui scattare una foto. Nella nebbia, più distante, appare sfocata la sagoma di due ragazzi, lei si china per fare una foto. Ci scambiamo un segno di saluto. Non parlano, nessuno parla, non vogliamo rompere questo incantesimo. Attendo che se ne vadano, la luce è sempre più scura, ma sono troppo preso da questa bellezza per voler andare via.

Perdersi e ritrovarsi

Decido di abbandonare il sentiero principale, è tardi e ho bisogno di accorciare i tempi: scelgo quindi di seguire una via alternativa invece di continuare, come avevo previsto, sul 2A, che mi porterebbe più in alto, tra le braccia di un nuvolone scuro. Nella mia mappa appare come sentiero segnato, e in effetti all'inizio è ben visibile, ma poi la traccia diventa sempre più incerta. I segni sui sassi si fanno rari, la nebbia cala improvvisa e mi costringe a fermarmi, a cercare con attenzione la direzione. Mi perdo più volte, torno sui miei passi, cerco di nuovo i segni.

Non c'è paura in questo perdersi, ma una concentrazione diversa, più intensa. La montagna chiede attenzione, chiede presenza. Attraverso terreni intrisi d'acqua, cammino su passerelle instabili, mi muovo lentamente nella nebbia. È faticoso, a tratti frustrante, ma c'è anche una bellezza particolare in questo camminare incerto, in questo dover leggere il territorio con cura.

Il rientro al crepuscolo

Quando finalmente ritrovo il sentiero dell'andata, il buio sta calando, complice un cielo sempre coperto. Proseguo veloce, ma non c'è urgenza vera, solo la voglia di chiudere il cerchio. E proprio mentre cammino nella penombra, succede qualcosa di inaspettato: la nebbia inizia a diradarsi e, lentamente, all'orizzonte si apre uno squarcio nel cielo: le cime delle Dolomiti cominciano a emergere dall'oceano di nuvole.

Dopo ore passate avvolto nella nebbia, vedere quelle guglie di roccia è un regalo inatteso. Le montagne si stagliano nitide contro il cielo plumbeo ma finalmente libero. Mi fermo a guardare, commosso da questa sorpresa.

Torno al rifugio Gasser che è ormai sera. Questa giornata mi ha regalato una bellezza silenziosa, di solitudine cercata e trovata, di paesaggi che si trasformano continuamente.

La montagna autunnale ha una sua intimità particolare. Non è gioiosa come quella estiva, o maestosa come quella invernale. È più raccolta, più discreta. Chiede di essere avvicinata con pazienza, con rispetto. E quando ti accoglie, ti regala momenti che rimangono impressi a lungo.


Informazioni pratiche.

Per chi volesse fare questa escursione

  • Dislivello: circa 600 metri in salita e in discesa (considerando anche la discesa ai laghi di Seeberg)
  • Durata: 3:50h tenendo conto delle pause per i video, le foto e la difficoltà nel trovare il percorso nella nebbia.
  • Sentieri: Dal rifugio Gasser si prende il sentiero n. 6 fino alla chiesa; poi n. 2-A fino al lago del Morto, da qui ho seguito il n. 16 riportato dalla carta Kompass in mio possesso, ma inesistente su quella Tabacco (verificato successivamente); bisogna prestare attenzione alla traccia. In caso di nebbia, anche se si sale di più, credo sia meglio continuare sul sentiero 2-A fino al bivio con il numero 2 proveniente dal Monte di Villandro (che era una delle mete del mio giro, vi ho dovuto rinunciare per la nebbia e soprattutto perché stava calando il buio).
  • Periodo consigliato: in autunno i colori sono spettacolari, anche senza il sole. In inverno forse è anche più bello. Mi sentirei di sconsigliare l'estate, il percorso è tutto esposto al sole.
  • Difficoltà: media, c'è da fare attenzione in caso di nebbia.
  • Attrezzatura: normale abbigliamento da montagna, scarpe adatte a terreni umidi, perché in alcuni tratti si percorrono acquitrini, non sempre evitabili, e le scarpe prima o poi si immergono nell'acqua (abbondantissima).

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