La bellezza di una scena muta
Da tempo volevo scrivere qualcosa sulle modalità del colloquio orale dell'Esame di Stato, che considero profondamente sbagliate e che riducono questo momento cruciale a una farsa. I recenti episodi di scene mute volontarie da parte di alcuni studenti, e soprattutto la risposta del ministro Valditara, mi hanno spinto a scrivere di altro.
Il coraggio di dire no
Ammetto la mia posizione: ho accolto questi gesti come una luce che squarcia il buio della scuola italiana. A prescindere dalle motivazioni personali che hanno spinto questi ragazzi a sottrarsi al rito dell'esame – motivazioni che non conosco fino in fondo e che potrei anche non condividere – mi fa ben sperare il fatto che ci siano giovani in grado di pensare, agire e trovare la forza di dire no a un sistema che, è sotto gli occhi di molti e sicuramente ai loro, non funziona.
Ne avessi avuti, di ragazzi così, nella classe che ho dovuto esaminare quest'anno. Avrei apprezzato il gesto, finalmente qualcuno che sorprende, che non presenta i soliti collegamenti stereotipati che non dimostrano nulla se non il fatto di aver preparato, più o meno bene, la solita pappardella da recitare alla commissione. Invece del materiale scelto dalla commissione o anche a partire da quello, un discorso sui mali della scuola, sui bisogni reali dei ragazzi, sulle loro speranze che, nonostante tutto, conservano ancora.
La risposta autoritaria del potere
Invece di interrogarsi sul significato di questi gesti, il ministro non trova niente di meglio che rispondere con la repressione. "Chi non collabora dovrà ripetere l'anno": questa agghiacciante dichiarazione è l'unica risposta che un governo autoritario come il nostro sa dare. L'esame sarà "ripensato" e solo al pensiero di come verrà fatto tremano i polsi.
La decisione di Valditara di bocciare automaticamente chi farà scena muta rappresenta l'ennesima dimostrazione di come questa classe dirigente interpreti la scuola: un luogo di addestramento all'obbedienza, quando io avevo capito che fosse un luogo dove si coltiva il pensiero critico.
L'ipocrisia dei colleghi
Ancora più sconfortante, però, è stata la reazione di quella commissione che ha risposto al ragazzo colpevole di aver fatto scena muta, dicendogli che si è dimostrato "immaturo" e che "non si va avanti con le furbate" e che per coerenza avrebbe dovuto rinunciare al diploma. Si può davvero considerare una furbata una scena muta volontaria? Non è mai capitato a quei colleghi di giudicare inadeguata una riforma scolastica? Hanno mai protestato per qualcosa? Se sì, perché – per quella coerenza che essi stessi proclamano – non hanno lasciato il lavoro?
E che dire di quell'altro collega influencer che pontifica dai social: "Avrei fatto un esame da urlo e poi rifiutato il voto". Ma come lo rifiuti il voto? Cosa farà la commissione dopo un esame brillante? È facile fare i professoroni sui social quando si ha un pubblico che applaude. Ma soprattutto: da dove viene questo irrefrenabile bisogno di puntare il dito contro questi ragazzi?
La vera immaturità sta nel non saper cogliere il loro messaggio, nel rispondere con la repressione invece che con l'ascolto, nel preferire l'obbedienza al pensiero critico. Se la scuola italiana vuole davvero formare cittadini consapevoli, deve iniziare a rispettare anche le forme di dissenso più scomode.
Fino ad allora, continueremo a meritarci le scene mute, più o meno volontarie.

