Sul divieto degli smartphone
Si dice che un orologio fermo segni sempre l'ora esatta due volte al giorno. Applicherei questo detto al provvedimento del Ministro Valditara sul divieto dei cellulari a scuola.
Premetto: sono stato un convinto utilizzatore delle tecnologie in classe perché, soprattutto per la matematica, hanno ampliato enormemente le possibilità didattiche. Attività interessanti, stimolanti, ricche di significato e altrimenti impossibili da realizzare con il tradizionale binomio carta-e-penna. I software di geometria dinamica, le piattaforme interattive, le simulazioni: per anni ho arricchito le mie lezioni ottenendo risultati impensabili senza questi strumenti.
Sembrava aprirsi un mondo meraviglioso e pieno di possibilità. E per molto tempo è stato davvero così.
Poi qualcosa si è inceppato. Le attività che prima proponevo con entusiasmo sono diventate sempre più difficili da gestire, fino a quando mi sono rassegnato a lasciarle in un angolo del mio disco rigido, come vecchie foto che non si guardano più.
Cosa è successo? Che siamo passati dal laboratorio di informatica all'utilizzo del telefonino in classe. Eccolo il colpevole. Gli smartphone e il conseguente dilagare dei social, soprattutto questi, che hanno annullato tutti gli effetti potenzialmente positivi del progresso tecnologico. La grande rete, che nella mia immaginazione doveva liberare le menti e aprire le porte di una conoscenza senza limiti, ha finito per ingabbiare i ragazzi in bolle sempre più piccole e tempi di attenzione sempre più ridotti.
Molti degli studenti che ho davanti sono diventati, letteralmente, dipendenti dai telefoni: scrollano compulsivamente, mettono like in automatico, non riescono a gestire nemmeno dieci minuti di attesa. Se arriva una notifica, resistere è praticamente impossibile. Sia chiaro, questo non durante le lezioni, ma tutta questa frenesia li ha resi incapaci di fare riflessioni lunghe, accettare le pause, mantenere l'attenzione. E quel cellulare sul banco che improvvisamente si illumina, diventa l'interruttore che li distrae, distoglie l'attenzione, impedisce di seguire.
La situazione era diventata così ingestibile che l'anno scorso avevo già deciso di bandire i cellulari dai banchi. La reazione delle classi? "Prof, possiamo farcela, non ce li tolga!". Ci ho creduto. Errore. Sono bastati tre giorni per capire che no, non potevano farcela.
Anche quando continuavo a usare gli smartphone per le attività didattiche, mi sono dovuto arrendere all'evidenza: i vantaggi, che pure ci sarebbero, vengono completamente vanificati dagli effetti collaterali. Incapacità di concentrarsi per più di qualche minuto, attenzione frammentata, distrazioni continue.
Molte delle ricerche su questo tema confermano che siamo di fronte a una vera e propria dipendenza.
Controlliamo il telefono: in media, ogni 12 minuti. I teenagers? Ogni 15 secondi quando non sono impegnati in un'attività specifica. Quindici secondi! Meno del tempo che serve per leggere questa frase due volte. Uno studio ha dimostrato che anche solo avere il telefono visibile sul banco (spento, eh!) riduce le performance cognitive del 10%. Il motivo? Una parte del nostro cervello resta sempre "in allerta" per controllare se arrivano notifiche. È il cosiddetto effetto "brain drain": la sola presenza di uno smartphone riduce le capacità cognitive disponibili, anche quando il dispositivo non viene utilizzato attivamente.
Quindi sì, questa volta devo essere d'accordo con il Ministro. So bene che la scuola dovrebbe educare ad un utilizzo responsabile di questi strumenti e che i divieti non sempre portano ai risultati attesi. Ma la situazione, per come la vedo io, è davvero grave, molto grave.
Un tentativo andava fatto, staremo a vedere se servirà a qualcosa.

